ISBN: 978-88-01-05185-8
Pagine: 247


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Comunicare la fede ai ragazzi 2.0

di Valerio Bocci  edito da ELLEDICI Editrice

"Come comunicare la fede ai ragazzi di oggi, sempre connessi con i nuovi media e iperattivi?". È l'interrogativo che i catechisti ripetono come un ritornello. Invocano ricette "pronto in tasca" per tenere buoni i soliti bulli che rovinano l'ora di catechismo faticosamente preparata con cartelloni e foto, con giochi e attività. Il più delle volte riversano solo sui ragazzi la responsabilità di un fallimento annunciato. Non pensano che, forse, "il problema" sono anche loro. Perché non parlano la loro lingua e non sanno ascoltare i "Nativi Digitali", i nuovi esploratori del web 2.0. A questi catechisti occorre ricordare che i ragazzi, dopo tutto, non sono peggiori dei loro "colleghi" di qualche anno fa: sono semplicemente "altrove", con la testa, con il cuore, con la vita. Basterebbe trattarli da protagonisti di un'esperienza condivisa e non unicamente come destinatari di un messaggio proposto come una lezione scolastica. Quali "parole", linguaggi e strumenti adottare, allora, per annunciare loro la Buona Notizia? un tentativo di risposta potrebbe arrivare dalle pagine di questo libro che propone, con il collaudato format dell'ipertesto su carta spunti, riflessioni, verifiche e esempi concreti di catechesi "comunic-attiva". un mix di parole e immagini, idee e suggerimenti che entra in connessione con i "ragazzi 2.0".

Educare deriva, come ben si sa, dal latino educere, che vuol dire “portare fuori”. Portare fuori che cosa, e da dove? innanzitutto, attraverso un processo maieutico della conoscenza, tirare fuori attraverso l’eterna arte del “conosci te stesso” quel canto di verità e di autenticità che c’è nel cuore di ogni ragazzo e di ogni giovane, e che aspetta di essere disvelato anche al diretto interessato. Ma l’arte dell’educare non è ovviamente un fatto di pura e semplice crescita nell’introspezione. se così fosse sarebbe soltanto una specie di psicoterapia, dominio dell’umano che per molti versi confina con quello dell’educazione. Ma educare vuol dire anche orientare verso un orizzonte di senso chi, come canta una canzone di una famosa rock star, “quel senso non ce l’ha”. O, per meglio dire, ancora non ce l’ha. Occorre quindi che l’educatore sappia farsi portatore di un cammino di costruzione del sé in cui, come nella dinamica del profeta deve, un po’ come Mosé, prendere un popolo schiavo i... continua

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