ISBN: 978-88-6741-233-4
Pagine: 172


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Manuale di Diritto nobiliare

di Raffaello Cecchetti  edito da Pisa University Press

La vicenda del diritto nobiliare in Italia, a prima vista, sembra essersi conclusa con l’approvazione della Costituzione repubblicana che, alla sua XIV disposizione transitoria, afferma che “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”. In realtà così non è, dato che la medesima norma costituzionale continua precisando che “I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome”: da ciò tutta una serie di problemi relativi all’accertamento dei predicati medesimi, alla necessità di chiarire cosa la norma volesse intendere allorché si riferiva a quelli “esistenti” e altro. Questioni queste, in realtà molto concrete, che fanno sì che lo studio del diritto nobiliare oggi non sia “ fine a sé stesso, ma posto al servizio dell’analisi e della soluzione di diversi problemi giuridici, di natura pubblicistica e privatistica, che ancora impegnano le corti di giustizia, pur se in modo umbratile e ignorato dalle cronache”. Completa, infine, il quadro l’ulteriore alone di incertezza derivante dalla frase finale della norma: “la legge regola la soppressione della Consulta araldica”, facendo cosi apparire ancora vivo, ancorché paralizzato, un organo tipico dell’apparato amministrativo nobiliare del (già) Regno d’Italia. L’interesse allo studio del diritto nobiliare appare, inoltre, in tutta la sua evidenza sia a fronte delle innumerevoli farsesche rappresentazioni che di una materia complessa e articolata come questa talora vengono date da una cronaca superficiale e pettegola, sia alla luce della considerazione che in esso è racchiusa una infinita quantità di tradizioni, culture storiche, e vicende generazionali delle quali il nostro Paese è particolarmente ricco. Da ciò la necessità di un manuale che, in forma sintetica, chiarisca l’attuale disciplina di questa particolare branca di diritto nelle sue articolazioni pratiche.

Per questo vocabulo “nobilitade” si intende perfezione di propria natura in “ciascuna cosa” afferma Dante nel Convivio “è manifesto che nobilitade umana non sia altro che seme di felicidate, messo da Dio ne l’anima ben posta, cioè lo cui corpo è d’ogni parte disposto perfettamente”. Il concetto sublime gli impone di trascurare i parametri di riferimento di Aristotele, cioè le virtù e le antiche ricchezze; e di scegliere la parola nobiltà, l’etimologia (errata) non vilis rifiutando notabilis (quasi giusta). Al sommo poeta risponderà indirettamente il sommo giurista, suo contemporaneo Bartolo da Sassoferrato: lasciamo da parte la nobiltà “teologica” e quella “naturale” quella che riguarda è la “civile e politica” ed il concetto di essa non può essere assoluto, bensì relativo ai tempi e luoghi, legato ad una fama sempre fresca, sempre nota a tutti, d’una data famiglia. Il pensiero appena riferito può ritenersi la motivazione fondamentale dei periodici tentativi di sistemare giuridicame... continua

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